IL MEDIOEVO E L’ARTE DELL’ASTRONOMIA
di Oriano Spazzoli


Sfera armillare del Santucci (1593)
Firenze, Museo della scienza

La disgregazione politica, sociale ed economica dell’impero romano lasciò dietro di sé uno strascico di povertà e violenza in cui il problema principale per l’uomo era quello di sopravvivere a guerre, epidemie e carestie. Lentamente si avviò ad estinguersi l’interesse verso la parte più razionale del pensiero umano e ci si avvicinò alla religione soprattutto per la sua visione mistica della morte. In un quadro simile divenne ancora più importante il contributo al progresso dell’astronomia fornito dagli studiosi del medioevo, i quali, pur non giungendo a nuove conclusioni (come il passaggio dal sistema geocentrico al sistema eliocentrico), si dedicarono ad una massiccia opera di raccolta e organizzazione di tutto il patrimonio scientifico classico e in molti casi provarono a verificarne le previsioni teoriche.

Le vicende dell’astronomia medioevale ebbero inizio con i filosofi della tarda latinità (IV - V secolo d.C.), come Marziano Capella (che trasse spunto dall’opera enciclopedica di Varrone e tra l’altro fu il primo a suddividere tutto lo scibile umano nelle “Arti liberali”, quelle del “trivio” e quelle del “quadrivio”, tra cui l’astronomia) e Macrobio, filosofo neoplatonico, che nei suoi “Saturnalia” citò il “Somnium Scipionis” ciceroniano (che conteneva una trattazione cosmologica descrittiva, seppure generale e non analitica, nel capitolo riguardante le questioni astronomiche.

In seguito sotto la sovranità illuminata di Teoderico, il suo consigliere Severino Boezio (455-524), che fu uno degli ultimi studiosi dell’alto medioevo a conoscere il greco, cominciò a tradurre testi filosofici, scientifici e astronomici greci in latino. Quasi contemporaneamente, l’ultimo grande scrittore della latinità, Cassiodoro (480-575) si ritirò nella sua Calabria dopo la conquista bizantina di Ravenna, e fondò diversi conventi in cui promosse una considerevole opera di traduzione e trascrizione di testi filosofici e scientifici antichi, nei quali erano raccolti anche elementi dell’antica scienza del cielo.

Da questi presupposti la storia dell’astronomia medioevale si sviluppò attraverso le seguenti fasi principali:

  1. come per tutta la cultura dell’alto medioevo, di tipo enciclopedico, le basi per gli studi astronomici erano trattazioni generali e compendi (come il già citato “Somnium Scipionis”); lo studio dell’astronomia difettava quindi di carattere analitico e di rigore metodologico. Per tanto vi mancavano elementi di critica alle teorie e ciò spiega perché il modello tolemaico venne accettato anche negli ambienti scientifici più qualificati per oltre un millennio.
  2. Lo studio delle scienze veniva svolto negli ambienti ecclesiastici, che rivestivano un’importanza sempre maggiore, e nei quali l’interesse per gli aspetti teorici del sapere non venne mai meno; ciò portò poi alla progressiva identificazione tra luoghi di culto e luoghi di studio. Nacquero le scuole-cattedrali, antenate delle moderne università, al cui sviluppo diede grande contributo Gerberto D’Aurillac (divenuto poi Papa con l’appellativo di Silvestro II).
  3. Gli Arabi cominciarono a dedicarsi all’astronomia dopo essere venuti a contatto con la cultura indiana e con i canoni astronomici indiani; d’altra parte l’espansione araba nel bacino del mediterraneo e in particolare la conquista di Alessandria permise loro di entrare in possesso delle testimonianze scritte della cultura scientifica ed astronomica greca e di cominciare ad assimilarne i contenuti. Grazie a ciò l’astronomia araba compì progressi sia per quanto riguarda le tecniche di osservazione e di posizionamento stellare, sia perché cominciò ad avviare programmi coordinati di ricerca tesi a sottoporre a verifica le affermazioni del modello tolemaico, del quale però nessuno provò a sovvertire il principio fondamentale, il principio che collocava la terra al centro dell’universo.
  4. Importanza fondamentale rivestì in questo periodo l’imponente lavoro di traduzione dal greco dei testi scientifici in arabo, in latino e, successivamente in volgare; citiamo in particolare Michele Scoto e Gherardo da Cremona (traduttore dall’arabo dell’opera dell’arabo Alfergano citato da Dante Alighieri nel Convivio)
  5. L’astronomia ricevette grande impulso dall’astrologia, accettata dalla religione non già come previsione di un futuro prestabilito, ma come metodo di comunicazione con le “intelligenze celesti”, espressioni di Dio e responsabili della ripartizione della virtù negli esseri umani (San Tommaso e Dante Alighieri). Prove sperimentali del veridicità dell’astrologia vengono considerati i fenomeni magnetici (di cui trattò diffusamente il piccardo Piero Peregrino di Maricourt in una lettera intitolata “Del magnete” spedita nel 1269 dal campo di Carlo D’Angiò all’amico Sigieri di Faucaucourt, forse citato da Dante come “Sigieri di Brabante”); si riteneva infatti che il fatto che l’ago magnetico si rivolga naturalmente verso il Nord della volta celesti si potesse spiegare unicamente con una influenza del Cielo sulla Terra.

La massima sintesi del pensiero astronomico medioevale è senza dubbio nell’opera di Dante Alighieri.

Dalle molte citazioni astronomiche dantesche (soprattutto nel Paradiso della sua Divina Commedia oltre che nel Convivio, in cui spiega in dettaglio alcune teorie) è possibile costruire un quadro organico e assai preciso della visione dell’universo nel Medioevo. Ne enumeriamo alcune, suddivise nell’ordine dei cieli dell’universo tolemaico, che sono, a partire dalla terra, Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, la sfera delle stelle fisse, Primo Mobile ed Empireo; il Primo Mobile è il più rapido essendo quello responsabile della rotazione diurna, e comunica la sua rotazione a tutte le sfere dei cieli sottostanti).

 

Luna (il cui diametro secondo l’astronomo arabo Al Farghani, al cui modello Dante si attiene, viene considerato 5/17 di quello terrestre, e la cui distanza media dalla terra è ritenuta 48 e 5/6 raggi terrestri, dove un raggio terrestre viene considerato di 3.250 miglia arabe cioè circa 6.500 chilometri, molto vicino alle misure attuali).

«...ma ditemi che son li segni bui...» (Par.II, 49); Dante fa spiegare a Beatrice, sua guida, il fenomeno delle macchie lunari, che non sono secondo lui generate da una causa fisica (maggior o minore densità della materia lunare; di ciò viene data una spiegazione sperimentalmente valida), ma sono dovute alla varia ripartizione delle virtù divine nell’universo (la spiegazione attribuisce quindi ad esse un significato teologico).

«...beata sono in la spera più tarda...» (Par. III, 51): la sfera più tarda (lenta) è quella della luna che resta indietro di circa 13° ogni giorno rispetto alle stelle, e per questo sorge con circa un’ora di ritardo ogni giorno.

 

Mercurio (raggio = 1/28 di quello della terra, distanza media dalla terra = 115,6 raggi terrestri).

«non so chi tu se', né perché aggi - anima degna, il grado della spera - che si vela ai mortal con altrui raggi...» (Par.V, 127-129): per Dante Mercurio è la stella «più velata dai raggi del Sole di null’altra stella...» (Convivio II-14); ciò accade perché Mercurio nel suo moto rispetto alle stelle fisse visibile da un osservatore sulla Terra, non assume mai una distanza angolare dal Sole maggiore di un valore massimo di 22° 30', in quanto Mercurio ruota intorno al Sole con un raggio minore di quello della Terra. Per questo Mercurio è visibile raramente e, quando lo si può osservare, appare assai vicino all’orizzonte poco prima dell’alba o poco dopo il tramonto, quando cioè il Sole con i suoi raggi ne offusca il bagliore.

Venere (raggio = 3/10 di quello della terra, distanza tra 167 e 1.120 raggi terrestri; si riteneva infatti che le forti variazioni di luminosità di Venere fossero dovute interamente alla grande variazione di distanza del pianeta rispetto alla terra; naturalmente ancora non si poteva conoscere il fenomeno delle “fasi” di Venere, scoperto alcuni secoli più tardi da Galileo)

«Pigliavano il vocabol della stella - che il Sol vagheggia or da coppa or da ciglio» (Par.VIII 11-12): il Poeta qui si riferisce al fatto che la posizione di Venere nella volta celeste muta come se il pianeta oscillasse intorno al Sole (e anche ciò è dovuto al fatto, allora sconosciuto, che Venere, come Mercurio, ruota intorno al Sole con un raggio minore di quello della terra).

«...Da questo cielo in cui l’ombra s’appunta - che il vostro mondo face...»: secondo i dati di Al Farghani il cono d’ombra della terra prodotto dal Sole si allunga fino al cielo di Venere, e ciò sta a indicare che le anime beate dei primi tre cieli in vita furono soggette alle passioni del mondo terreno.

 

Sole (raggio = 5,5 quello della terra, distanza tra 1.120 e 1.220 raggi terrestri).

«... lo ministro maggior della natura, - Che del valor del cielo il mondo imprenta, ...» (Par. X 28-29), «nullo sensibile in tutto il mondo è più degno di farsi esempio di Dio, che il Sole lo quale di sensibile luce sé prima e poi tutti i corpi celestiali allumina...» (Convivio III, 12): allora si riteneva che le stelle risplendessero perché il Sole le illuminava; esso quindi era l’unico responsabile della luce di tutti gli astri.

«...vedi come da indi si dirama l’obliquo cerchio - che i pianeti porta per satisfare il mondo che li chiama...e se dritto più o men lontano - fosse il partire, assai sarebbe manco - e su e giù dell’ordine mondano» (Par. X,13-21): Dante descrive in questo passo l’eclittica («l’obliquo cerchio»), ovvero il cammino apparente del Sole sulla volta del cielo, che attraversa le costellazioni dello Zodiaco, lungo il quale si muovono i pianeti esercitando le loro influenze sugli uomini («per satisfare il mondo che li chiama»), e parla di come essi cercano di interpretarne i segnali mediante la pratica dell’Astrologia. Inoltre l’ordine del mondo naturale (il susseguirsi delle stagioni e la suddivisione in fasce climatiche) dipende dall’attuale inclinazione dell’eclittica sull’equatore (23° 30’ circa) e se questa fosse superiore o inferiore a quella attuale lo stesso ordine sarebbe stravolto.

 

Marte (raggio = 1 e 1/6 del raggio della terra, la distanza media dalla terra è 5.048 raggi terrestri, cioè circa 30.000.000 di chilometri)

«Al suo Leon cinquecento cinquanta - E trenta fiate venne questo fuoco - A rinfiammarsi sotto la sua pianta...» (Par. XVI, 37-39): Cacciaguida, antenato di Dante, per indicare il suo anno di nascita dall’Incarnazione di Cristo si serve non già dell’anno terrestre ma dell’“anno sidereo” di Marte, inteso come il periodo di tempo intercorrente tra due successivi passaggi di Marte nella stessa costellazione zodiacale (in questo caso il “suo” Leone); tale tempo è riportato nell’Almagesto come 687 giorni (l’anno indicato da Cacciaguida è approssimativamente il 1090).

Nello stesso canto si trova pure un riferimento alla via Lattea («...come distinta da minori e maggi - lumi biancheggia tra i poli del mondo - Galassia si, che fa ben dubbiare i saggi..»); nel convivio Dante passa in rassegna le principali interpretazioni della via Lattea, quelle mitologiche (il mito del carro del Sole condotto da Fetonte, figlio di Apollo, che contro le raccomandazioni del padre, lo fece uscire dal suo percorso e ne perse il controllo...così il Sole lasciò una scia arsa nel cielo) e quelle scientifiche di Anassagora e Democrito (che la attribuivano ad una riflessione anomala della luce solare da parte della volta celeste) e di Aristotele (che fornisce due diverse interpretazioni: una che la attribuisce alla presenza di vapori o “meteore” sublunari che ne offuscano le stelle, e la seconda, oggi riconosciuta valida, secondo la quale in realtà la via Lattea è costituita da una moltitudine di stelle non risolvibili ad occhio).

 

Giove (raggio = 4 e 3/5 raggi terrestri, distanza dalla terra = 11.640 raggi terrestri).

Nel Convivio (II, 14) Dante paragona Giove alla Geometria, in quanto come Giove è «stella di temperata complessione» tra il cielo caldo di Marte e quello freddo di Saturno, così la Geometria si muove tra il punto, suo principio primo e il cerchio, figura perfetta, quindi suo compimento o fine.

 

Saturno (raggio = 4 e 1/12 raggi terrestri, distanza media = 17.257 raggi terrestri).

Saturno viene considerato il più nobile dei pianeti in quanto il più alto ed il più veloce, e viene paragonato all’Astronomia, che «è nobile e alta per nobile ed alto soggetto che è il movimento del cielo; e alta e nobile per la sua certezza, la quale è senza difetto, siccome quella che da perfettissimo e regolatissimo principio viene» (Convivio II, 14).

 

Stelle fisse (distanza 20.110 raggi terrestri, più di 100.000.000 di chilometri).

«O gloriose stelle, o lume pregno - Di gran virtù dal quale io riconosco - Tutto qual che sia il mio ingegno! - Con voi nasceva e si ascondeva vosco - Quegli ch’è padre di ogni mortal vita - Quand’io sentii da prima l’aer tosco.» (Par. XXII, vv. 112-117): Dante attribuisce la sua inclinazione naturale al fatto che il Sole (quegli che è padre di ogni mortal vita) si sia trovato al momento della sua nascita nella costellazione dei Gemelli («O gloriose stelle, o lume pregno»); si riteneva allora che ciò potesse avvenire perché il fatto di nascere quando il sole nasceva e tramontava insieme ad una certa costellazione («con voi nasceva e s’ascondeva vosco»), significava essere soggetti all’influenza di determinate “Intelligenze Celesti” (emanazioni della Divinità) le quali determinavano una certa predisposizione alle varie virtù; questa poteva essere più o meno assecondata in vita (in tal modo veniva salvaguardato il libero arbitrio). L’Astrologia pertanto non poteva né doveva essere uno strumento per predire il futuro, ma poteva fornire una via per comprendere tale influenza e quindi conoscere la propria inclinazione alla virtù per seguirla meglio.

Anche il cielo delle stelle fisse si riteneva avesse un suo moto proprio che lo facesse ritardare rispetto al Primo Mobile di un grado ogni circa 70 anni; oggi sappiamo che tale moto è dovuto allo spostamento (precessione) dell’asse terrestre, che determina nella volta celeste sia lo spostamento delle posizioni dei punti equinoziali (i punti in cui il sole si trova nei giorni degli equinozi di primavera e d’autunno; il termine “equinozio” deriva da “equa nox”, “notte uguale”, in quanto in corrispondenza degli equinozi la lunghezza del giorno è uguale a quella della notte) sia lo spostamento apparente dell’asse Nord-Sud della volta celeste (per questo spostamento tra circa 13.000 anni il polo Nord sarà vicino alla stella Vega, la stella più luminosa della costellazione della Lira).

Tale moto fu scoperto da Ipparco di Nicea (III secolo a.C.) ed anche nel Medioevo era considerato non uno spostamento apparente, ma un movimento reale della sfera delle stelle fisse (in quanto si riteneva che la terra dovesse essere ferma al centro dell’universo).

E al termine del suo viaggio in un cosmo in cui è scolpita eternamente la storia dell’uomo, del peccato e della beatitudine, mentre vede scomparire lentamente le luci degli angeli, proprio come accade quando l’aurora raggiungendo “il mezzo del cielo” offusca a poco a poco la luce delle stelle fino a farle scomparire, Dante sale all’Empireo con la mente ancora turbata dalle sofferte contraddizioni della fede. Ma qui l’inquietudine del suo fervido intelletto si placa, sommersa dall’armonia universale nella contemplazione di Dio, principio e anima del mondo:

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgea il mio disio e il velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il Sole e l’altre stelle.

 

Monografia n.15-1997/9


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