LA STORIA DELL’UOMO IN UN CERCHIO TRA LE STELLE
Breve storia dell’ultimo giro del Polo Nord nella volta celeste e di coloro che vi assisterono
di Oriano Spazzoli

 

Introduzione

Con questa breve trattazione non vi vogliamo solo mostrare nei dettagli un fenomeno astronomico e fisico importante, o soltanto mostrarvi parti di quel cielo la cui osservazione per la maggior parte di noi è ormai soltanto un gioco. Vogliamo invece ricordarvi come i moti del cielo scandiscano dalle origini della nostra civiltà i tempi dalla vita e della storia, ma anche rammentarvi come il corso della nostra storia sia soltanto un breve intervallo se confrontato con la vita del nostro pianeta, aggregatosi 4 miliardi e mezzo di anni fa, e ancor di più con i 15 miliardi di anni in cui l’intero Universo si è evoluto dal momento del Big Bang caldo fino al freddo spazio attuale.

Tutto ciò ci servirà anche per fare alcune riflessioni sulla nostra storia e sulle nostre prospettive.

 

La “precessione” dell’asse terrestre: problema fisico e astronomico

L’osservazione del cielo, come si diceva, oggi è una pratica assai poco diffusa; molti di noi sanno per averlo studiato a scuola che la Terra ruota su se stessa, mentre compie un moto di rivoluzione intorno al Sole, e che per il primo dei due moti noi vediamo tutti gli astri che sono prossimi alla Terra (Sole, Luna, pianeti e stelle) sorgere, tramontare e compiere archi di cerchio nella volta celeste. Tali archi di cerchio sono tutti paralleli tra loro ed hanno tutti lo stesso asse.

La sua direzione che gli antichi ritenevano l’asse dell’intero universo (non potevano infatti sapere né che l’Universo era molto più grande di quello che vedevano, né che quella rotazione era in realtà soltanto il moto relativo della “volta celeste” visto da una Terra in rotazione intorno al proprio asse), come ogni asse di rotazione si poteva individuare nel cielo trovando la direzione del centro dei cerchi disegnati nel corso della notte dalle stelle ad esso più vicine. E, poiché, come ogni centro di rotazione che si rispetti, non si muove, ed appare da sempre come l’unico punto del cielo che non partecipa alla rotazione diurna (o notturna, se preferite) del cielo, esso è divenuto nella storia un punto di riferimento preciso, necessario per mettere in pratica una delle prime forme di adattamento dell’uomo al suo ambiente naturale: l’orientamento. Per le civiltà dell’emisfero settentrionale esso è diventato il polo Nord, e la sua direzione individua il primo ed il più importante dei punti cardinali.

Come già accennato, sappiamo che il polo Nord celeste, che oggi è collocato in prossimità di una stella molto luminosa, la “stella polare”, la stella più luminosa della costellazione dell’Orsa Minore, ed in particolare del “Piccolo Carro”, la parte più importante di tale costellazione, ci permette di individuare la direzione verso la quale punta l’asse di rotazione della Terra; ma l’asse di rotazione terrestre nel corso del tempo si sposta.

Esso si sposta perché in realtà la Terra non è esattamente sferica, ma è leggermente schiacciata ai poli, e questo le attribuisce una conformazione geometrica che ricorda quella di una trottola, se non per la forma esatta, almeno per la simmetria in generale; da parte sua una trottola in rotazione, se si inclina rispetto alla verticale, comincia a cambiare il suo asse di rotazione per l’azione della forza peso che, se essa non ruotasse, la farebbe cadere: la trottola non cade perché quando è in rotazione intorno al proprio asse tende a conservare la propria rotazione.

Per lo stesso motivo una bicicletta riesce a rimanere in posizione verticale solo quando le ruote sono in rotazione; ciò si spiega con un principio fisico che viene definito “conservazione del momento angolare”, dove il momento angolare di un corpo è la grandezza fisica che rappresenta la sua rotazione, e tendono a mantenerlo costante (tendono a conservare la loro rotazione) tutti i corpi dotati di una certa massa e di una certa estensione nello spazio (il momento angolare di un corpo in rotazione su se stesso è direttamente proporzionale al prodotto della massa per il raggio massimo del corpo per la velocità di rotazione periferica: L = mvR).

Per effetto di ciò l’asse di rotazione della trottola ruota a sua volta disegnando una superficie conica con asse perpendicolare al terreno; allo stesso modo la rotazione della Terra viene perturbata dall’attrazione gravitazionale della Luna e del Sole, e per esse l’asse terrestre descrive una superficie conica con asse perpendicolare al piano dell’orbita terrestre.

Questo moto conico dell’asse terrestre, detto moto di “precessione”, ha un periodo di circa 26.000 anni e ha due conseguenze astronomiche assai importanti:

La precessione degli equinozi fu scoperta dall’astronomo greco Ipparco di Nicea, nel II secolo a.C.; egli, analizzando le tavole astronomiche precedenti e confrontandole con le sue osservazioni si rese conto che i punti equinoziali nel corso dei secoli si spostavano verso ovest lungo l’eclittica molto lentamente (la velocità di questo spostamento fu valutata di circa un grado al secolo).

Nella visione cosmologica antica, secondo la quale la Terra fosse immobile al centro dell’Universo, il fenomeno venne interpretato come un ritardo di tutte le stelle fisse (e quindi delle costellazioni zodiacali) rispetto al veloce moto diurno da est verso ovest dei riferimenti celesti. Per questo nella cosmologia medioevale (mutuata dall’Almagesto di Tolomeo di Alessandria) viene inserito un cielo, detto Cristallino o Primo Mobile, il cui compito è quello di mettere in rotazione i riferimenti celesti, e di trascinare il cielo delle stelle fisse e tutti gli altri cieli sferici sottostanti, i quali ruotano con ritardi crescenti verso il basso, fino alla Terra ferma al centro.

 

L’ultimo giro dell’asse terrestre e la storia dell’uomo

Il nostro viaggio nel tempo comincia 26.000 anni fa, quando gli uomini, che popolavano una Terra ancora incontaminata, si perdevano nei suoi ampi spazi alla ricerca di ciò che serviva loro per vivere (frutti da raccogliere, animali da cacciare per la carne e le pelli, luoghi dal clima più favorevole per sopportare meglio i rigori dell’era glaciale).

Non si sa molto di quegli uomini; ciò che si conosce di loro è il risultato di un difficile lavoro di ricostruzione da parte dei paleontologi sulla base di pochissimi elementi (antichissimi reperti rinvenuti in grotte o in seguito a scavi).

 

27000 anni fa: a UMi al polo Nord

27.000 anni fa, in una Terra ancora coinvolta nelle grandi glaciazioni, nella quale le foreste avanzavano dal centro dell’Europa verso Nord, interrotte dai ghiacci che ne ricoprivano la parte settentrionale, rare popolazioni nomadi vivevano in condizioni rese assai difficili da un clima ostile, procacciandosi il cibo attraverso la caccia e la raccolta di bacche e frutti. Presso le comunità di Neanderthal (che popolavano l’Europa) difficilmente uomini e donne raggiungevano i quaranta anni di età e l’infanticidio era un crudele mezzo nella lotta per la sopravvivenza. Eppure queste genti primitive indurite dalle ostilità trovavano il modo di comporre pigmenti naturali ottenendo tinte, e di ritrarre con esse figure umane e di animali; non solo, ma incidevano e scolpivano statuette d’avorio, oppure modellavano figure con l’argilla che poi essicavano ricavandone immagini femminili, tutte antiche testimonianze del fatto che un’ardua lotta per la sopravvivenza non aveva impedito l’espressione di una pur rudimentale sensibilità per la bellezza.

Sono di quest’epoca i primi strumenti musicali, che dovevano simulare i suoni della natura nella loro suggestiva armonia, ma sono anche di quest’epoca certe strane incisioni su pezzi d’osso (ritrovate in una grotta in Dordogna, nel cuore della Francia) che sembrano rappresentare la sequenza delle fasi lunari. Chissà se quegli uomini guardando il freddo cielo notturno sgombro di nuvole si accorsero mai che anche in quella notte primitiva c’era una stella luminosa che restava fissa al centro del giro di tutte le stelle; chissà se anche nelle migrazioni di allora essa era la guida per gli uomini come lo è stata poi nella storia più recente per i navigatori. Quella stella era a Ursae Minoris, la stella più luminosa della costellazione dell’Orsa Minore, o del suo sottogruppo di stelle chiamato Piccolo Carro.

Fu forse la nostra stella polare a indicare il cammino a quei popoli che dal cuore dell’Asia, inseguendo il bestiame da cui dipendeva la loro vita, attraversarono l’istmo ghiacciato che si trovava dove ora si trova lo stretto di Bering, e penetrarono in quell’enorme continente disabitato che oggi chiamiamo America.

 

22.000 anni fa: a Cephei

Nell’arco di alcune migliaia di anni l’uomo di Neanderthal si estinse; forse incalzate da nemici bellicosi queste genti, non riuscirono a sviluppare una cultura sufficientemente adattabile alla realtà ostile in mezzo alla quale vivevano. Il declino della cultura di Neanderthal fu quasi contemporaneo all’ascesa del cosiddetto “homo sapiens sapiens”, termine con il quale i paleontologi indicano la specie cui apparteneva quella molteplicità variegata di popoli che abitava il continente Eurasiatico circa 20.000 anni fa e di cui noi siamo i diretti eredi.

Quell’ascesa, favorita dalla fine delle grandi glaciazioni, e dal miglioramento conseguente del clima, ebbe come atto fondamentale una delle più brillanti idee dell’uomo: l’idea che si potesse “guidare” il corso della natura, ed i suoi cicli, scegliendo quali semi un terreno favorevole avrebbe potuto far crescere e far diventare piante, fiori, frutti, e in seguito grano e frumento. Nel cielo sotto il quale i primi agricoltori imparavano a sfruttare le virtù di un terreno fertile, c’era un altra stella quasi immobile ad indicare la direzione più importante: essa è la stella più luminosa della costellazione di Cefeo, o a Cephei. Il polo Nord celeste ha attraversato tutta la costellazione di Cefeo nell’arco di alcune migliaia di anni, sfiorando g e b Cephei, prima di avvicinarsi ad a.

 

Da 19.000 a 13.000 anni fa: Deneb e Vega al polo

Dagli animali gli uomini traevano carne, latte per sostentarsi e pelli per coprirsi; ma la caccia da sola non bastava a fornire la certezza di averne a disposizione in quantità sufficiente. Così gli animali cominciarono ad essere addomesticati e riuniti in greggi; si cominciò ad averne cura, perché il bestiame potesse avere cibo sufficiente non solo per vivere, ma anche per dare latte e per riprodursi. I capi in eccesso divenivano cibo per l’uomo.

Le prime migrazioni delle greggi verso i luoghi dove i pascoli sono più ricchi, furono guidate da una stella assai luminosa, che con la sua intensa luce bianca aiutava i primi pastori a guidare le loro greggi: essa è la stella più luminosa del Cigno, Deneb.

E mentre l’uomo continuava a combattere la sua difficile lotta per la sopravvivenza con armi sempre nuove (l’invenzione dell’amo da pesca risale a 14.000 anni fa), il polo Nord giunse a metà del suo grande giro, in prossimità della stella Vega (a Lyrae).

 

10.000 anni fa: tra Ercole e il Dragone

Quando si cominciarono a coltivare grano, orzo, frumento e riso, l’agricoltura divenne la principale tra le attività umane in quanto la produzione agricola diventò la principale fonte di sostentamento per l’uomo. Dalla corretta preparazione e dallo svolgersi ordinato del ciclo della semina e del raccolto dipendeva la vita, e tale preparazione richiedeva conoscenza ed esperienza della natura e dei suoi cicli ai quali dovevano essere adeguati quelli produttivi; ma i cicli della natura sono scanditi dal cielo e dai suoi moti.

Forse allora l’occhio dell’uomo comincia a rivolgersi al cielo per capirne la periodicità dei mutamenti e a comprendere quanto importante per lui sia il Sole. Allora (da 12.000 a 6.000 anni fa) il polo Nord comincia una lenta migrazione nella quale si mantiene al confine tra le costellazioni di Ercole e del Dragone, rasentando prima la stella i Herculis (12.000 anni fa), e successivamente s Herculis (circa 10.000 anni fa), per poi sfiorare i Draconis 6.000 anni fa e dirigersi verso la stella a Draconis.

 

a Draconis e le origini della civiltà occidentale

Sono di circa 6.000 anni fa i primi segni di grandi civiltà: segni che sono soltanto una piccola parte di un’eredità più profonda lasciata nel nostro modo di vivere e di pensare. Quando si pensa all’antico Egitto, si pensa alle piramidi e alla loro grandiosità, ma non sempre si ricordano le tecniche di irrigazione dei campi, e soprattutto la scrittura, la matematica, l’astronomia con la costruzione dei calendari. Così pensando ai popoli della Mesopotamia dobbiamo ricordarci non solo dell’importantissima invenzione della ruota, ma anche dell’introduzione della scrittura cuneiforme, della scoperta dei “pianeti” (le “stelle erranti”), delle prime rudimentali forme di algebra.

E tutto ciò ebbe il suo corso mentre nell’Europa settentrionale popoli di cui ancora si sa ben poco, collocavano nel terreno massi enormi, pesanti alcune tonnellate, rozzamente squadrati, allineandoli per chilometri come a Carnac in Bretagna, o disponendoli in cerchi concentrici come a Stonehenge, per costituire allineamenti utili ad indicare le posizioni del sorgere del Sole ai solstizi e agli equinozi, in segno di gratitudine al Sole per il suo ruolo di principale artefice del ciclo vitale.

Circa 5.000 anni fa la stella più vicina al polo Nord era a Draconis e gli astronomi egizi ad essa si riferirono quando dovevano misurare l’altezza della stella polare sull’orizzonte. A quella stella la cui rotazione era minima e alle stelle che non scendevano mai sotto l’orizzonte (le stelle delle costellazioni circumpolari) gli antichi Egizi assegnarono un valore religioso particolare: quella parte del cielo era quella in cui le anime dei defunti raggiungevano l’immortalità.

 

3.000 anni fa: Kochab (b Ursae Minoris)

La grande sintesi della antica cultura Mediterranea fu opera dei Greci, navigatori esperti e mercanti intraprendenti, fondatori di colonie dall’Italia all’Asia Minore.

Fu nell’antica Grecia che si realizzò una straordinaria fusione di patrimoni etnici, di tradizioni antiche, che condusse all’epopea dei poemi omerici e alla saggezza antica e solida de “Le Opere e i Giorni” di Esiodo. Fu nell’antica Grecia che, dopo un tortuoso e drammatico succedersi di vicende storiche, si realizzarono le prime rudimentali forme di democrazia, nelle “polis”, le città - stato. Fu nell’antica Grecia che si comprese il valore della ragione nella vita dell’uomo, nelle sue scelte, ma anche nel suo rapporto con la realtà; nacque la Filosofia, che per prima cosa si pose il problema di spiegare i perché della natura. Fu infine nell’antica Grecia che l’Astronomia divenne strumento di indagine cosmologica e che la Matematica divenne a sua volta l’unico linguaggio con il quale esprimere la perfezione di un Universo simmetrico ed eterno.

Ricordiamo ancora che fu un astronomo dell’antica Grecia, Ipparco di Nicea, che per primo si accorse della migrazione degli equinozi e del polo Nord celeste e cercò di stimarne la velocità.

1.000 anni prima di Cristo il polo Nord era a poco più di 6° di distanza dalla stella b Ursae Minoris, Kochab (parola che deriva dall’arabo al Kauchab al shamali, che significa “la stella del Nord”), ed anche all’epoca d’oro della filosofia Greca (dal VI al III secolo a.C., da Talete ad Aristotele) l’uno e l’altra erano assai prossimi; nei secoli seguenti Kochab si allontanò dal polo Nord, ma nonostante ciò la si ritrova effigiata in incisioni ebraiche risalenti al 132 a.C. (cioè all’epoca della seconda rivolta ebraica), nelle quali essa sovrasta il tempio di Gerusalemme, a simboleggiare il legame esistente, secondo le antiche credenze ebraiche tra la stessa stella polare e la figura del condottiero ebraico, indicata con il nome Bar Kochabh o “figlio della stella”.

Kochab salutò ancora da stella polare la parabola ascendente della potenza di Roma e la nascita di Cristo, ma quando ormai si delineava la disgregazione dell’impero romano, nel V secolo d.C., ormai il polo Nord era equidistante da Kochab e dalla attuale Stella Polare; per questo motivo gli Arabi legati alla loro tradizione che assegnava a Kochab il ruolo di stella polare, denominarono l’attuale Stella Polare, “al ruccabah”, cioè “il furfante”, in quanto ritenevano che tale stella stesse rubando a Kochab la dignità che le spettava.

 

Il ritorno di a Umi al polo Nord e l’ultimo millennio della nostra storia

Così passo dopo passo, alla velocità assai modesta di 0,8° ogni secolo, a Umi conclude il suo giro nel cielo avvicinandosi di nuovo al polo, a partire dai secoli bui che seguirono alla frantumazione dell’Impero Romano, nei quali si spezzò il legame con un passato ricco di un sapere profondo e complesso per scegliere la strada di una fede ottusa e cieca, ma che offriva certezze più facili da comprendere soprattutto di fronte allo spettro onnipresente della distruzione e della morte...

Poi un altro passo nel cielo (VII secolo d.C.), mentre un popolo che veniva dall’Oriente ridava vita alla filosofia e alla scienza dei Greci, diffondendole di nuovo in Europa dove erano state del tutto dimenticate e favorendo il risveglio delle attività umane, soprattutto dopo la mancata fine del mondo dell’anno mille...

E un altro passo ancora (1492), insieme a quel genovese che convinse Isabella di Castiglia ad affidargli tre navi con le quali salpò dirigendosi verso Occidente per dimostrare come fosse possibile, data la sfericità della Terra, arrivare alle Indie viaggiando in quella direzione, e che senza rendersene conto, scoprì un nuovo continente aprendo nuove strade, spesso dolorose, alla storia del mondo (si pensi alla crudeltà con cui i colonizzatori delle Americhe perpetrarono veri e propri etnocidi, talvolta con la violenza, talvolta con le sottili ma non meno lesive armi di una legalità ipocrita e facilmente strumentalizzabile)...

Ed un altro passo (1633) per quella mesta abiura con la quale un grande uomo dovette negare una verità che era ormai in grado di dimostrare inconfutabilmente, per quella avvilita e avvilente ammissione di colpa che sancì la sovranità della parola ufficiale della Chiesa sulla libera coscienza, e finì con l’allontanare il progresso della scienza dal nostro paese, fino ad allora sede di alcune delle principali scuole di Matematica, di Astronomia e di Filosofia naturale nel mondo (Bologna, Padova, Pisa)...

Un altro passo verso l’unificazione della fisica del cielo e di quella della Terra (1700), realizzata da Newton e verso l’età dei “lumi”, età del nuovo trionfo della ragione sulle convenzioni e sui rigidi schematismi; ma un passo anche verso l’epoca delle grandi rivoluzioni politiche che abbatterono, non senza spargimento di sangue, vecchi sistemi ammuffiti e sterili gettando le basi per una integrale ricostruzione della società, di una società che si avviava anche ad un’altra rivoluzione ancora più grande: la rivoluzione industriale, che trasformò il lavoro degli uomini in un sistema organizzato nel quale la produzione era il risultato di un processo nel quale gli uomini non erano più gli unici esecutori, ma mantenevano un ruolo fondamentale come garanti e responsabili del corretto funzionamento delle macchine.

Ed un altro passo viene compiuto mentre l’elettricità e il magnetismo venivano unificati e le loro applicazioni acceleravano il cambiamento della società nel senso in cui era già iniziato con la macchina a vapore e la prima rivoluzione industriale...

E l’ultimo passo, quello che ci porta fino ad oggi, fino ad un mondo che passa in un secolo dalle certezze salde e dall’ottimismo della fine del secolo scorso, attraverso guerre e massacri nel nome di false ideologie, ad una frantumazione storica e culturale, con le nere nubi all’orizzonte di un nuovo crudele conflitto tra il mondo dei ricchi e quello dei poveri...

È il secolo dell’età dell’oro della tecnologia, prima con la diffusione generale dell’elettricità e delle sue applicazioni, poi con quella delle telecomunicazioni, e infine con il trionfo del microprocessore; ma è l’età del ferro della scienza, che cresce, trascinando con sé dubbi e problemi sempre più difficili, che fanno sembrare sempre più lontana ogni auspicabile soluzione e per questo oggi più che mai è circondata dalla diffidenza e dal disinteresse dell’uomo comune. Pensiamo alla Fisica: oggi nell’era del computer, l’utente della più sofisticata tecnologia telematica non ha alcuna necessità di conoscere la fisica dei semiconduttori che è alla base della realizzazione dello strumento informatico. Al tempo stesso quando si pensa alle questioni affrontate dalle scienze fisiche si pensa sempre a trattazioni puramente teoriche espresse in un linguaggio matematico incomprensibile, accessibili solo a pochi eletti, mentre la prima applicazione fisica cui si pensa da molto tempo ormai è la bomba di Hiroshima, pensiero accompagnato da quello, altrettanto nero, della distruzione totale cui le sue terribili eredi possono portare la Terra e la civiltà umana.

Quello che oggi i più non vedono è il vero fine della scienza, che è la conoscenza. E la conoscenza è un percorso che, indipendentemente dalle motivazioni che vogliamo costruirci dettate dalle nostre posizioni ideologiche o dal nostro credo religioso, ci avvicina alla vita, alla solidarietà, ci fornisce speranze e ci da gli strumenti per coltivarle con l’aiuto reciproco.

Ecco, forse oggi il compito più importante e più difficile è aggiustare la prospettiva comune affinché tutti comprendano che quella scienza così lontana che a molti sembra strumento di morte e di discriminazione, in realtà può unirci.

 

Bibliografia:

 

Conferenza del 21 dicembre 1999


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